AR.ES

curiosity didn't kill the cat

Aggiungere i soliti commenti pro o contro non servirebbe a nulla, per cui poche parole che sento la necessità di dire, sulla puntata speciale di Che tempo che fa, andata in onda la settimana scorsa e intitolata, in omaggio al libro di Saviano, Dall’inferno alla bellezza.

Come sempre, la prima sensazione, quando vedo Fabio Fazio presentare con tono impostato e calcatamente drammatico l’ingresso trionfale di Roberto Saviano, mi fa storcere il naso. E come sempre, una volta sciolta quella forse necessaria tensione iniziale, mi accorgo di una semplicissima cosa, che sono poi le poche parole di cui sopra:

- Fabio Fazio è il nuovo Gianni Minà, un sopravvisuto all’interno del panorama televisivo italiano; ed è assurdo dirlo – perché dovrebbe essere normale! – ma uno dei pochi che ha ancora il coraggio di dimostrare quanto può essere bella, utile e viva la tv.

- Roberto Saviano (che non dovrebbe essere un personaggio televisivo), mostra una volta di più, anche parlando, in fondo, com’è giusto, ancora di sé, che la camorra non è l’unico argomento di cui conosce e, in definitiva, dà la prova definitiva (a chi non l’avesse ancora capito) che non è uno scrittore in cerca di facile fama, ma puramente, semplicemente, inequivocabilmente, un bravissimo e appassionato giornalista. Non solo questo: un bravo giornalista con la passione per le narrazioni, che con pugni allo stomaco o parole d’oro è in grado di provocare anche – ancora – emozioni.

In due ore e mezza si parla di grandi scrittori, del potere della parola, della forza della diffamazione, della camorra (anche, ed è giusto non dimenticare di farlo), si leggono libri, si mostrano immagini, si ascoltano brani audio, si sorride, si rabbrividisce, si pensa, si inorridisce, forse si riesce anche un po’ a piangere. Solo due uomini in scena. Poi, alla fine del viaggio, senza troppi convenevoli, senza fronzoli, senza altre parole inutili, solo un semplice e dovuto “grazie”, che ci ricorda quanto è raro ciò che dovrebbe essere normalità, e nient’altro.

Anch’io, quindi, aggiungo qui il mio “grazie”. E nient’altro.

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