Mamma che tuffo nel passato. Un tuffo su gomiti e ginocchia che anche l’anca ha sentito tutto stamane al risveglio.
Ieri sono andato al concerto del Teatro degli Orrori al Magnolia. Purtroppo in autunno a Milano piove e per questo i concerti al Magnolia vanno subìti all’interno di uno scomodo tendone. Vuoi per il tendone, vuoi per il missaggio audio, il concerto sembrava fatto di solo rumore ed è un peccato, perché i testi del gruppo meritano davvero tanto. Però…
Però nonostante tutto il viaggio ieri sera è stato onirico e splendido. Infatti, dato che l’audio era quello che era, sin dalla seconda canzone ho lanciato un’occhiata al mio amico Massimo, che mi ha capito al volo e ha risposto al mio sguardo: “Andiamo avanti?”. Mio cenno d’assenso.
Sentire che alla nostra età possiamo ancora dare come davamo un tempo – e con un certo orgoglio posso dire che ci siamo fatti valere – è stato impagabile. E inevitabilmente quello che ne è conseguito ha portato con sé capriole carpiate che mi hanno catapultato e sballonzolato nel tempo e le emozioni. Ho avvolto gli occhiali nella sciarpa, che ho poi riposto pericolosamente in tasca; poi ho preso per un braccio Massimo e l’ho lanciato nella massa roteante. E via al giro pogo.
Io non so se tutti possono capire. Ma da quel momento sono tornati gli odori, l’inesplicabile sicurezza dell’abbandonarsi, il contatto, la vertigine, lo stordimento, il fiatone, il sudore, i riff dei gruppi punk nei centri sociali sporchi, i salti sulla folla, l’amico che annega nel movimento dell’onda che contro ogni legge fisica fluttua in tutte le direzioni, e la certezza che nulla gli può accadere e non sai spiegarti perché, è come se nel microcosmo del pogo si formasse una protettiva microcomunità, e poi sudato e ansimante ad occhi chiusi intuisci le azzurre e verdi e rosse luci sul nero delle palpebre abbassate, mentre nel muro di rumore ti arrivano passaggi di chitarre e ogni tanto tornano comprensibili le parole, ti sembra persino di poter ascoltare il tamburìo della pioggia battente sul telone, e pensi come la più naturale delle cose che quando uscirai ci sarà un’altra città o un altro mondo perché in quel preciso istante non importa e tutto è possibile, e quasi a voler raggiungere quel mondo che hai appena immaginato a occhi chiusi il cantante si tuffa sul mare di mani che lo fanno nuotare su di te e tu alzi il capo e lo aiuti a volare verso l’uscita, mentre l’ultima nota distorta piano sfuma, e con essa anche il sogno e il sapore di Jagermeister e sigaretta…
Direi che ne è valsa la pena…